ART SEED #3. UGO LA PIETRA. 45°28’48.74″N 9°10’48.48″E

IL BALCONE

Da troppo tempo la gente aveva perso l’abitudine di stare a casa, proiettata sempre di più nella città. Il modo migliore per stare insieme agli altri è togliersi dalla solitudine domestica, ormai sempre più alimentata dagli strumenti informatici e telematici.
Da più di venti anni, soprattutto le nuove generazioni, hanno perso l’interesse verso la pratica dell’arredamento: l’architettura degli interni è ormai una disciplina del passato, coltivata nelle Facoltà di Architettura da maestri come Gio Ponti, Vittoriano Viganò, Carlo De Carli; così, i poveri produttori di mobili, non sono stati più sollecitati a produrre oggetti per un utilizzo domestico.
Con una violenza per molti inaspettata è arrivato il virus dalla Cina, e tutti si sono dovuti ritirare in casa: tutti, anche quei giovani che erano impegnati per molte ore nella città; tutti, anche gli studenti che riempivano le strade la mattina presto per andare a scuola; tutti, anche le massaie che con una certa eccitazione riempivano i supermercati traboccanti di offerte; tutti insomma, tutti.
Tutti nelle case, per evitare il contagio!
Le case ritrovano così una frequentazione di cui si era persa la memoria, così ognuno sta cercando di costruire dei rapporti quotidiani con gli spazi e con gli oggetti.
Stare in casa cercando di fare qualcosa: leggere, cucinare, comunicare con internet, dormire… azioni sempre più difficili se corredate dai bollettini televisivi di malati e morti, in Italia e nel mondo, che ci immobilizzano nel terrore quotidiano.
Bisogna stare in casa, è l’unico mezzo per combattere il virus: ciò vuol dire che non si può uscire.
Dopo un po’ l’idea di uscire diventa ossessiva. Ed ecco che molti prigionieri in casa cercano una via di uscita: la finestra, ma soprattutto il balcone.
Il balcone, quel luogo proiettato nello spazio urbano, all’esterno, che in questi ultimi decenni si era riempito di mobiletti porta scope, bidoncini della spazzatura, condizionatori d’aria…
I balconi hanno trovato un proprio ruolo. Un ruolo fondamentale per la sopravvivenza, poter stare all’esterno, insomma uscire dalla casa, sentirsi ancora per poco (molto poco) abitanti dello spazio urbano.
Il balcone, quello strumento abitativo che riusciva a rappresentare, nelle mie opere degli anni Settanta, il modo di rompere la barriera tra spazio interno e spazio esterno, oggi è diventato uno degli spazi domestici più utili per superare la forzata claustrofobia domestica.

Marzo 2020

CONSUMISMO E CONSUMISMO GLOBALE: LA STORIA.

Da ultraottantenne, prima che il terrore mi blocchi la mente e mi congeli il cervello, voglio ricordare quando, dopo il primo grande fenomeno di consumismo degli anni sessanta, che si esaurì con la contestazione e con la presa di coscienza che la società non poteva continuare a crescere in modo lineare (il 1972 ne diede un esempio con la crisi energetica), molti dicevano: “non si può continuare così!”; bisognava cercare un’altra strada, la società faceva mea culpa, molti artisti e architetti divennero radicali e tentarono strade alternative.
Ma il sacrificio, l’austerità, l’arte per il sociale (si veda la biennale del ‘78) non erano “sopportabili” e così passammo con disinvoltura al secondo grande fenomeno di consumismo collettivo: quello degli anni ottanta.
Grande euforia ed entusiasmo, grande voglia di consumare, nel senso dell’uso delle risorse da parte di pochi furbi e privilegiati.
Anche questa fase ci portò presto alla presa di coscienza che non si poteva andare avanti così, con i politici arraffoni e corrotti, con il debito pubblico che ci ha fino a ieri impoverito con tasse esagerate… tutti dicevano: “non si può continuare così!”
Bisognava cercare un’altra strada, la società faceva mea culpa, artisti, politici, intellettuali parlavano di austerità, onestà, fine della corruzione.
Ma gli uomini onesti, l’attenzione al territorio e alle sue risorse (ci ho provato con tutte le mostre che ho promosso negli anni ottanta/novanta sul genius loci), non erano “sopportabili” e così, con grande entusiasmo e con l’aiuto del berlusconismo, siamo arrivati al terzo grande fenomeno di consumismo: quello degli anni duemila.
Da diverso tempo si festeggiava questa epoca del grande consumo, resa possibile dell’apertura dei grandi mercati globali, soprattutto sostenuti dalla dittatura cinese, che ha raggiunto in breve tempo il controllo di quasi tutto il mercato.
Mercato sempre più esasperato e diffuso (le vie della seta!), mercato che ha sfruttato in modo esagerato tutte le risorse (colture Intensive, depennamento delle risorse ittiche, allevamenti intensivi), moltiplicato in modo esponenziale trasporti di persone e merci.
E finalmente qualcuno stava capendo cos’è la globalizzazione unita al grande consumo: un cocktail micidiale, che aveva superato di gran lunga il primo consumismo degli anni sessanta e iI secondo consumismo degli anni ottanta.
Milano, la nostra capitale morale, festeggiava con entusiasmo ed euforia il grande consumo: miliardari cinesi alimentavano con il loro shopping quotidiano il mercato del lusso; tutte le scuole di design, moda, arte, comunicazione (pubbliche ma soprattutto private), si riempivano di studenti che pagavano quote d’iscrizione sempre più alte; il mercato cinese fioriva nell’unica città del mondo che aveva trasformato un’ampia zona del centro in un mercato all’ingrosso: stavano imparando a usare e approfittare della globalizzazione delle persone e delle merci.
Oggi dobbiamo imparare a convivere anche con un altro pesante fenomeno di globalizzazione che ci appare come un “fenomeno distruttivo”.
Molti stanno già pensando al dopo: “dopo non faremo più gli stessi errori, non si può più continuare così!”.
Noi vecchi l’abbiamo già sentita due volte questa frase: “tutto deve cambiare!”
Per alcuni anni, tante persone di buona volontà ci proveranno, ma dopo la catastrofe del virus saremo più poveri di prima e dopo un po’ ci stancheremo di una vita fatta di rinunce.
Saranno probabilmente sempre i cinesi che sapranno alimentare un nuovo grande mercato globale, sfruttando anche le risorse umane e materiali dell’Africa, e che ci verranno ad aiutare.
Vi ricordate gli aiuti degli Stati Uniti che ci salvarono dalla fame nel dopoguerra?
Ci porteranno tante cose (non buone) che ci sembreranno buone, a tal punto da illuderci di poter entrare nella quarta edizione del consumismo, e nella seconda del consumismo globale (malattie comprese).

Marzo 2020

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